TARANTO - Parla forte e chiaro: «Quei cori sono da condannare, assolutamente. Lo dico da uomo della strada oltre che da presidente della Lega Pro. Il razzismo e la discriminazione sono fenomeni odiosi e vergognosi». Irrompe il presidente della Lega Pro, Mario Macalli. E lo fa parlando in merito a quanto si è visto - anzi, sentito - allo stadio Erasmo Iaco-vone di Taranto. “Sporchi terro-ni” è stato il grido di battaglia dei tifosi dell’Hel-las Verona ospiti nell’impianto del rione Salinella.
Con varianti sul tema quali “Bruciare il Meridione” e “Morti di fame”. Per quegli insulti arrivati ai tarantini dai duecentoventi ultras sca-ligeri la società Hellas è stata condannata a 3.000 euro di multa: l’atteso verdetto del giudice sportivo è arrivato nel pomeriggio di ieri.
«Pochi i 3.000 euro che dovrà pagare il Verona? Non ho titolo per commentare quanto deciso dal giudice. Sono abituato a non valutare le sentenze ma semplicemente a prenderne atto. Ci sono dei massimi e dei minimi da rispettare, il giudice lo avrà fatto».
Il presidente, però, precisa. «C’è però da dire una cosa: che troppo spesso le società ed i presidenti sono costretti a pagare colpe non loro. Non c’entrano, infatti, con i comportamenti assolutamente da censurare di alcuni tifosi».
Resta il fatto che quelle parole all’interno di uno stadio rappresentano comunque un’emergenza da affrontare. «Certo. Ma questo è un discorso che va affrontato con la Federazione, non con la Lega Pro che non ha gli strumenti adatti per prendere iniziative. E credo proprio che da parte degli organi federali, ma anche dell’associazione calciatori, ci sia molta attenzione sul tema del razzismo e della discriminazione che purtroppo riguarda tutti i campionati, e non certo solo quelli della Lega Pro». Si è parlato molto, ad esempio, della facoltà di sospendere le partite in caso proprio di cori razzisti. «E’ una delle cose che bisogna prendere in esame e chi di competenza sta lavorando anche su questa ipotesi. Anche in questo caso, comunque, ad essere penalizzare sarebbero le società, con i risultati che verrebbero falsati». Che fare. «Il problema è, a mio avviso, culturale. Spesso dopo questi episodi scende in campo anche la politica, con i sindaci che reclamano ad esempio che la loro non è una città razzista. Nessuno vuole accusare delle comunità intere, però è innegabile che il tema vada affrontato anche, e forse soprattutto, fuori dagli stadi. Perchè il germe del razzismo o della discriminazione non nasce negli impianti sportivi. Il calcio nel suo insieme poi deve assolutamente fare tutto il possibile per combattere questi fenomeni che, lo voglio ripetere, non hanno giustificazione e non hanno ragione di esistere. Non si può accettare che vengano insultate delle persone per una cosa così assurda quale è il razzismo».
Il presidente Macalli, però, allarga il discorso in merito a quanto si verifica in occasione delle partite. «Troppo spesso facciamo finta che sia normale quello che normale non è. Entrare in uno stadio significa dover ascoltare non soltanto cori contro la gente del Sud o i calciatori di colore, ma insulti a madri, sorelle, mogli. Ci siamo abituati, per così dire. Ma davvero non dovrebbe essere così».
Giovanni Di Meo





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