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Sabato 06 Febbraio 2010 14:16   
Omicidio del boss. Ci sono tre indagati
Cronaca
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cantieri_greco003TARANTO - Due fratelli, coinvolti come lui nel blitz Quo Vadis che nell’estate del 2000 accese i riflettori sulla feroce mala del versante orientale. Ed un terzo uomo, loro complice in un delitto brutale e dal rituale sin troppo chiaro, per chi conosce il linguaggio delle organizzazioni criminali.

 Sono loro i tre indagati per il brutale omicidio di Pasquale Damiano Mele, l’ex boss di Lizzano

trovato cadavere in una cava in località La Specchia, nel piccolo comune ionico, nel giugno del 2008. L’indagine, condotta dal pubblico ministero Matteo Di Giorgio, prosegue in un clima di

assoluto riserbo vista la delicatezza della vicenda e lo spessore dei personaggi coinvolti. Le indagini che vertono sui tre sospettati per il reato di concorso in omicidio vanno avanti dal gennaio

dello scorso anno, e sono già state prorogate. La pista seguita dagli inquirenti è quella, come detto, che conduce ad ex compagni d’arme di Mele: amici che avrebbero condiviso con lui gli anni al

vertice dell’organizzazione criminale che avrebbe avuto proprio a Lizzano la propria base logistica, ma che non avrebbero esitato ad alzare la mano contro di lui, una volta che questi ha cercato

di cambiare vita. Mele, che all’epoca del delitto aveva 39 anni, voleva infatti “uscire dal giro”, rifacendosi una vita con il lavoro nella cava al fianco del padre. Ma in quella cava vicinissima al

cimitero di Lizzano Mele ha incontrato la morte, che ha avuto le fattezze dei killer che hanno freddato l’ex boss con un colpo di pistola alla nuca: un’esecuzione, in perfetto stile mafioso. Mele,

come gli uomini che per gli investigatori lo avrebbero ucciso, era rimasto invischiato nel blitz Quo Vadis rimediando una pena di 18 anni di reclusione in primo grado. Giudizio però ribaltato dopo

che la Cassazione aveva annullato la pesante condanna per l’inutiz-zabilità delle intercettazioni telefoniche fondamentali nel procedimento. Dopo il delitto, il papà di Mele aveva fatto sentire con

forza la propria voce, rimarcando la voglia del figlio di interrompere i contatti con il mondo criminale e facendo accuse pesanti su chi avrebbe avuto interesse a zittire per sempre quello che era

stato un esponente di punta del clan lizzanese.
Giovanni Di Meo

 

 

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